L’antropologia o sarà pubblica, o non sarà

Pirsig è l'autore di "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta" (1974)

La disciplina che prometteva di essere una delle scienze più utili e produttive è naufragata, non perché chi se ne occupa sia scadente o perché il suo oggetto sia poco importante, ma perché la struttura di princìpi scientifici su cui puntella è inadatta a sostenerla“. Robert M. Pirsig, Lila (1991:85).

Svegliarsi una mattina e ritrovarsi nella periferia dell’accademia. Lontano dai luoghi di produzione del Sapere riconosciuto. È l’esperienza che raccontano Jessica Collier e Rebecca Schuman in due post recenti (grazie Cate!) e forse anche quella che avrà sofferto David Graeber, uno dei migliori antropologi in circolazione, espulso da Yale probabilmente per ragioni politiche. Come Graeber stesso aveva dimostrato, la buona antropologia ha delle difficoltà intrinseche nel situarsi dentro ai contesti accademici: chi prova a praticarla, si trova spinto di frequente in situazioni difficili o dolorose. Per fortuna, poco alla volta si sta affermando un nuovo approccio, potenzialmente in grado di costruire un ponte tra il “dentro” e il “fuori” dell’accademia, fino a rompere questa barriera. Qualche esempio:

  • “WHY A PUBLIC ANTHROPOLOGY?” il nuovo libro di Robert BOROFSKY (Pacific University, Hawaii!) si può scaricare in ebook, e il primo capitolo anche in PDF.
  • ZERO ANTHROPOLOGY, il blog di Maximilian FORTE (Concordia University, Montreal!) è “un progetto di decolonizzazione”, che ha l’obiettivo di trasformare l’antropologia in qualcosa di non eurocentrico e di non elitista. QUI
  • Noël JOUENNE (2007) “Être ethnologue et hors-statut: vers une réelle valeur ajoutée?”. Journal des anthropologues (en ligne), 108-109, pp.69-85. [link][PDF]: essere precario o esterno all’accademia, non potrebbe essere un valore  aggiunto?

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