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Repensar Bonpastor: finalmente il libro!

25/04/2016 admin 0
È uscito "Repensar Bonpastor: Tejiendo historias de Barcelona desde el umbral de las casas baratas", il libro collettivo che è il prodotto e la memoria del Concorso d'idee per il quartiere di Bon Pastor, sul quale lavoriamo da molti anni.
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Gli Watchmen del conflitto urbano: nuova web dell’OACU!

08/01/2014 admin 0
La nuova pagina web dell'OACU!

“Los Reyes Vagos”, i re magi scansafatiche, hanno appena portato un regalo straordinario che non lascerá dormire i pianificatori della pace sociale e della gentrification: la nuova pagina web dell’Osservatorio di Antropologia del Conflitto Urbano! La trovate all’indirizzo http://observatoriconflicteurba.org, ha una grandiosa sezione media, e potete inaugurarla oggi stesso, consultando il programma del I Ciclo “L’impatto sociale dell’architettura” che si apre oggi 8 gennaio, all’interno del Master di Antropologia e Etnografia dell’UB. Qui trovate altre informazioni, qui il programma completo. Grazie ai Re e… Viva la Repubblica!…

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Congresso a Bologna: le dimensioni soggettive della vulnerabilità

01/09/2013 admin 0
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"Lean, Cover, Hold": ridurre i rischi in caso di terremoto a Kathmandu (Nepal). Foto: Stefano Portelli, 2013.

Il 5 ottobre a Bologna si riunirà per la seconda volta, dopo l’incontro di fondazione a Parigi, la Rete di Valutazione delle dimensioni soggettive della vulnerabilità (REDISUV) Cile-Europa. Le reiterate catastrofi naturali in Cile hanno fatto presente il bisogno di studiare più sistematicamente le soggettività delle persone coinvolte, sempre prodotto di delle condizioni sociali, economiche e politiche particolari. Il programma del congresso prevede interventi centrati sui disastri naturali, ma anche uno sguardo alla vulnerabilità “urbana” prodotto delle politiche neoliberali come quelle che il nostro gruppo ha studiato a Barcellona.

  • Bologna, giovedì 5 settembre 10-18: “Vite invisibili: dimensioni soggettive della vulnerabilità sociale, programma in PDF.
  • Davide Olori (2013) “Riprendersi il centro per opporsi alle espulsioni: il caso degli Immobili Recuperati Autogestiti a Santiago del Cile” [PDF]. “L’urgenza delle occupazioni post-terremoto ha fatto sì che il processo aggregasse organizzazioni informali (vicinato, parentela, lavorative) con alcune formali (politiche, partitiche) generando dinamiche di frattura e ricomposizione tra interessi, gerarchie e relazioni…”
  • Fabio Carnelli ha studiato etnograficamente le conseguenze del terremoto de L’Aquila alcuni anni dopo: la soluzione “militarizzata” non ha fatto altro che riacutizzare il trauma, ed aumentare la vulnerabilità della popolazione. Si veda Sismografie sulla web di Il lavoro culturale. E anche quest’articolo di Rita Ciccaglione, un anno dopo il sisma in Emilia Romagna.
  • Caterina Borelli ha appena pubblicato su academia.edu la sua Tesi su Sarajevo: “La ciudad post-traumática” (vedi anche questo post)
  • Stefano Portelli (2013), “Spatial reordering and social pathology in the periphery of Barcelona: the social impact of urban transformation”, intervento al XXI congresso dell’International Social Theory Consortium, Copenhagen, 26-27 giugno [Prossimamente!]
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Squatting in Europe

06/01/2012 admin 0
Squatting in Europe è una rete di ricerca su movimento squatter in Europa. Le origini dei suoi membri sono diverse: Brigthon, Madrid, Barcellona, Berlino, Copenaghen, Rotterdam, Roma, Catania, New York, Vermont, Amsterdam, Parigi..., così come le posizioni che hanno i diversi ricercatori (alcuni universitari, altri attivisti, altri a cavallo) e naturalmente mobili. A partire da questa diversità i membri condividono l'impegno e la vicinanza alle varie espressioni del movimento “okupa” (squatter), una pratica di dialogo e riflessione con i protagonisti di esperienze di questo tipo, ed un impegno nella pubblicazione di materiale copyleft e libero. Ogni volta che la rete si riunisce in una città si usano spazi occupati per le riunioni, aprendo il dibattito alla gente che usa ed abita gli spazi. Dal 2009 le riunioni sono state a Madrid, Milano, Londra, Berlino, Amsterdam; l'ultimo incontro (dicembre 2011) è stato a Copenhagen, tra la Bolsjefabrikken e la Youth House. I risultati di questo lavoro in rete ed incontri periodici è l'arricchimento dei vari lavori attraverso il dibattito e l'esperienza dei luoghi visitati, nonché la produzione di materiale collettivo da prospettive multisituate.
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Seminario permanente sugli spazi urbani

06/11/2011 admin 0
Ci siamo riuniti per la prima volta il 15 settembre all'Università di Barcellona: l'idea è di incontrarci ogni ultimo giovedì del mese, per scambiarci progetti e riflessioni su città e spazio urbano, un tema che sembra avere una fondamentale importanza per l'antropologia che si sta producendo in questo momento nella capitale catalana. Qualche nome tra i partecipanti del seminario: Omar Borrás,che lavora sul calcio degli immigrati di Cochabamba a Barcellona; Andres Antebi, che ha un progetto di antropologia visuale in una piccola piazza di Tangeri; Ariadna Mestre che studia il Forat de la Vergonya di Barcelona come spazio teatralizzato; Caterina Borelli che dopo aver lavorato sulla riforma del Raval sta ora facendo ricerca a Sarajevo; Marco Stanchieri che lavora sulla trasformazione del quartiere di Vallcarca; Muna Makhluff che sta facendo ricerca sul campo alla Barceloneta; Alba Marina che studia la rete nomade della "salsa brava" a Barcelona; Miguel Fernández che lavora sull'applicazione del "civismo" nella calle Robadors; Marc Dalmau che si è concentrato sull'impatto della trasformazione urbana della Colonia Castells sulla forma di vita dei suoi abitanti; e, naturalmente, Manuel Delgado che ci coordina e ci reprime.
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La Battaglia Navale di Vallekas (Madrid): l’utopia come dispositivo identitario

10/06/2011 admin 0
Quest'anno sarà il 30º in cui, in piena periferia di Madrid, e nonostante le ripetute proibizioni del Distretto, si celebrerà la Batalla Naval de Vallekas: festa popolare e revindicativa che celebra l'indipendenza del quartiere e la sua proclamazione come porto di mare. L'antropologa Elizabeth Lorenzi, che si è tuffata nelle acque del quartiere nel 1998, ha pubblicato di recente un'etnografia della festa (disponible gratis en PDF) nella quale, partendo dalla Battaglia Navale, analizza le trasformazioni urbane e sociali che ha sofferto Vallecas negli ultimi anni, il ruolo che hanno giocato in esse i movimenti politici e sociali, e le implicazioni di tutto questo nella creazione e mantenimento dell'identità del quartiere. La Batalla Naval celebra e rinforza il vallekanismo: il quartiere come ambito di mobilitazione sociale. Un dispositivo simbolico attraverso il quale la lunga storia di lotte politiche, rivendicazioni e movimenti libertari vallecani passano a far parte integrante del processo di costruzione dell'identità del quartiere.
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La montagna dimenticata: geopolitica quotidiana a Sarajevo

29/03/2011 admin 0
Lo sai quando è stata l’ultima volta che sono salito sul Trebević? Febbraio ’92. Prima ci andavo tutti i fine settimana con mio padre. Non ci sono più tornato. Da lì sono cadute sul tetto della mia casa 22 granate. Adesso lo vedo tutti i giorni dalla mia finestra e vorrei solo che sparisse". Bojan, sarajevese di 30 anni.
Ormai gli abitanti di Sarajevo (Bosnia-Erzegovina) non salgono più sul monte Trebević, anche se la guerra è finita 15 anni fa. I ristoranti panoramici sono distrutti, la teleferica che collegava la montagna con la città non funziona più, e soprattutto ci sono zone dove potrebbero ancora esserci mine. Ma non è per mancanza di fondi che le autorità federali mantengono il Trebević in questo stato di "terra di nessuno": la città divisa conviene a entrambi i nazionalismi, e una barriera invisibile che separi "noi" da "loro" indebolisce (mina!) il progetto di convivenza postbellico e il sogno di una città di nuovo universale.
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Pedagogia delle acque

01/03/2011 admin 0

"Vi dirò una cosa sui racconti - disse - Non sono solo divertimenti Non lasciatevi ingannare Sono tutto ciò che abbiamo, non lo vedete? tutto ciò che abbiamo per combattere la malattia e la morte. Non avete niente se non avete i racconti. Il loro male è grande ma non possono resistere ai nostri racconti Per questo cercano di distruggere i racconti farli confondere, o dimenticare".

(da Leslie Marmon Silko, Ceremony, 1977)

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Un concorso di idee contro la demolizione di un quartiere popolare

22/01/2011 admin 0
Tra il 2009 e il 2011, alcuni membri del nostro gruppo di lavoro hanno collaborato con l'organizzazione del Concorso internazionale d'idee Repensar Bonpastor promosso da un gruppo di architetti e urbanisti di Barcellona in collaborazione con l'Alleanza Internazionale Abitanti. Dopo vari anni di ricerca (2004, 2009) nelle casas baratas di Bon Pastor, e grazie alla relazione durevole con una serie di famiglie del quartiere, siamo arrivati ad una conclusione: che nonostante il costante bombardamento, mediatico ed istituzionale, sulla necessità di "rimodellare" (cioè demolire) questo gruppo di case popolari "rosso" e popolare, costruito dal Comune di Barcellona nel 1929, sarebbero possibili altre soluzioni, che permetterebbero di conservare la specificità storica e sociale che questo quartiere rappresenta per i suoi abitanti e per tutta la città. Le culture, abitudini, tecniche e linguaggi sviluppati nel corso dei decenni dagli abitanti delle 784 casas baratas, e legati a questa specifica forma di vita, difficilmente sopravviveranno alla demolizione del quartiere. Inoltre, molti abitanti, a partire dall'arrivo di questa presunta "modernità" che il comune porta sotto forma di una demolizione, si sono visti obbligati ad abbandonare il quartiere, o a soffrire violenti sgomberi.
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La qualità della vita a Napoli: tra Pomigliano e Posillipo

14/01/2011 admin 0
“Un oasi di lusso nella capitale della mafia”, titolava un periodico peruviano che ha pubblicato di recente questo fotoreportage sulla vita quotidiana del circolo Posillipo a Napoli. Eppure, nonostante i tanti indizi che sembrano dimostrare il contrario, Napoli non può essere ancora assimilata allo stereotipo della città sudamericana, con i ricchi chiusi nei loro bunker dorati e il popolo per strada a scannarsi a colpi di revolver. Sia perché i soci del Posillipo non sono poi così ricchi come si potrebbe immaginare, ma soprattutto perché Napoli, come le città sudamericane, è un posto ben più complesso delle narrazioni univoche che ne fanno i mass media, che ora ve(n)dono solo i morti ammazzati, la legge violata, il caos urbanistico e sociale, mentre negli anni Novanta raccontavano solo di monumenti riaperti, del dinamismo della nuova classe dirigente e del turismo ritrovato. Eppure la camorra controllava i quartieri anche allora, le periferie erano luoghi di seconda classe e i ragazzini cominciavano a farsi di crack e cocaina al riparo dell’invisibilità in cui faceva comodo relegarli; tutte cose che, in quel momento, non andavano troppo di moda.
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“Qué sos, Nicaragua, para dolerme tanto?” (Cosa sei, Nicaragua, per farmi così male?)

04/11/2010 admin 0
Construzione di una strada nel quartiere Memorial Sandino (2000)

Non ci sono periferie a Managua, Nicaragua: perché non c’è il centro. In tutta l’estensione della città, gli asentamientos espontáneos (“favelas”) e le colonias (“gated towns”) vivono uno accanto all’altro, protetti gli uni dalla loro bande (pandillas), gli altri dalle guardie private. Il governo non fa nessun tentativo di nascondere la miseria dei suoi abitanti più poveri: perché il Nicaragua vende al mondo la sua povertà, per raccogliere le entrate della cooperazione internazionale, che in gran parte restano in mano delle sue élites.

Molte delle ONG che lavorano oggi nell’infinità di progetti di “sviluppo integrale” o “empowerment comunitario” nei quartieri più poveri di Managua, sono le stesse che negli anni ottanta offrirono solidarietà “internazionalista” e spesso anche armata, in difesa della Rivoluzione Sandinista dalla “guerra sporca” finanziata dagli USA. Ora sono pagate dagli stessi governi – europei e nordamericani – che contribuirono al fallimento di quello storico “progetto di sviluppo comunitario integrale diretto localmente”. I governi usano le ONG per aprire la strada al commercio internazionale, e come strumento palliativo per ridurre gli effetti dei “piani di aggiustamento strutturale” neoliberisti. Questo sistema perverso si riflette a livello micro nelle relazioni umane tra “cooperanti” e “beneficiari” dei progetti di sviluppo, secondo le conclusioni di  “La cooperación internacional en Nicaragua. Problemas y aspectos socioantropológicos”, Stefano Portelli, 2001. La ricerca si basa su un lavoro di campo nel quartiere Memorial Sandino, Managua.

  • Vedi anche: María Dolores Álvarez (2000) “La ciudad ausente, políticas urbanas y espacios de socialización. Managua: paradojas de una ciudad” [LINK]
  • Gioconda Belli (1991) “¿Qué sos, Nicaragua, para dolerme tanto?”, poesia [LINK]
  • FOTO DI MANAGUA: Barrio San Judas e Asentamiento Memorial Sandino [ALBUM]
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La Colonia Castells e la “sindrome da trasformazione urbanistica”

29/10/2010 admin 0
-Che tristezza! Sono riusciti a ottenere quello che volevano: un quartiere morto e senza vita. E io? Io sí che nell'appartamento ci muoio! Sul balcone non so che fare, leggo il giornale... per questo vengo qui, a vedere se trovo qualcuno per strada, per chiacchierare un po', come ho sempre fatto... A noi ci piace stare in strada...(un'abitante della "Colonia Castells") Barcelona si trasforma: da una città "con le minuscole", di case basse e al piano terra, sta diventando una città "con le Maiuscole": edifici di costruzione intensiva, standardizzazione verticale e grandi viali commerciali. Nella Colonia Castells, piccolo quartiere "residuale" di casette ad un piano, proprio dietro uno delle arterie economicamente più importanti di Barcellona (la Diagonal), decenni di piani e progetti hanno trasformato un antico quartiere operaio degli anni 20 in uno spazio in transizione, in costante attesa di demolizione: un braccio della morte urbanistico e sociale. Gli abitanti dei "buchi neri" come questo interiorizzano l'incertezza e precarietà in cui sono confinati, fino a presentare sintomi di una "sindrome da trasformazione urbanistica", individuale e collettiva, che rompe i vincoli comunitari e potenzia individualismo e sfiducia generalizzata. Il quartiere si trasforma cosí in uno spazio triste e inospitale, e gli stessi abitanti che lo hanno amato sono obbligati a volerlo abbandonare.
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La città orizzontale: i quartieri di “Cases Barates” a Barcellona

13/09/2010 admin 0
Dal 2008 il nostro gruppo di ricerca sta lavorando sul quartiere di Casas Baratas de Bon Pastor, nella periferia nord di Barcellona. È un barrio particolare: oltre 600 "case minime" ad un piano, ognuna dipinta di un colore diverso, circondate da fabbriche e magazzini, sulla riva del fiume Besós. Costruite nel 1929 in aperta campagna, per alloggiare operai migranti (“mursiani e della FAI”, venivano chiamati all'epoca), oggi è uno spazio urbano più simile ad un paese che a un quartiere di una metropoli occidentale. Un progetto del Comune di Barcellona, propietario di tutte le case, prevede la “remodelaciòn” della zona, attraverso la demolizione integrale di tutte le case: le prime 145 sono state abbattute nel 2007, poco prima di cominciare le nostre ricerche sul quartiere. Gli abitanti del quartiere soffrono di una serie di “patologie sociali” che accompagnano la demolizione fisica delle case: le reti sociali (vicini, parenti...) stanno soffrendo le conseguenze della trasformazione urbanistica, e il paesaggio umano del quartiere si sta trasformando forse anche più velocemente del paesaggio urbano.
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“El Bon Pastón”

15/08/2010 admin 0
Questo corto documentario è stato realizzato nel 2004 da Núria Sánchez Armengol e Luciano Literas, a partire da una serie di registrazioni nel quartiere di Bon Pastor, a Barcellona. Le popolari casas baratas, 784 case per operai costruite nel 1929, stavano per entrare nel vivo del polemico "Plan de Remodelación" che era stato approvato nel 2003 e che prevede la demolizione di tutto il quartiere.
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Dal “Plan de la Ribera” al 22@: la trasformazione del litorale di Barcellona

14/08/2010 admin 0
"È come dare un coltello per il pane a un bambino di due anni: non sanno quel che stanno facendo. Voglio dire: ci resteranno dei palazzi molto belli, però dobbiamo vedere su cosa li hanno costruiti. C'erano cose, prima". Jaume Pagès, ex-impiegato di Can Ricart
Tra il 2005 e il 2006 abbiamo lavorato sul quartiere di Poblenou, da due punti di vista. Dal punto di vista storico, abbiamo cercato di ricostruire i processi di resistenza degli abitanti delle zone di Poblenou che tra gli anni 60 e 70 hanno sofferto gli effetti dell'ambizioso "Plan de la Ribera", col quale il sindaco franchista Porcioles cercava di trasformare il litorale nord della città in una zona residenziale e di alberghi. Dal punto di vista etnografico, ci siamo rivolti alle conseguenze vissute dagli abitanti, lavoratori e commercianti della zona, per il progetto non meno ambizioso "22@", con cui il sindaco socialista Joan Clos ha cercato di trasformare, tra il 2000 e il 2004, la maggior parte del quartiere di Poblenou in una zona residenziale e di alberghi. Il lavoro ci si è rivelato molto superiore alle nostre possibilità, e abbiamo dovuto rinunciare all'idea di studiare l'intero quartiere di Poblenou (200 ettari!). Abbiamo così realizzato una serie di interviste a ex attivisti e abitanti rispetto al Plan de la Ribera, ed una serie di altre interviste rispetto ad un caso esemplare del 22@, il complesso di fabbriche di Can Ricart.
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